La mia recente (ri)fissazione per W. Allen si deve ad un fatto ben preciso. Tutto si spiega, tutto si spiega! Qualche settimana fa ho trovato 4 o 5 libri usati, di e sul regista americano, alla libreria Melbook di Firenze. Li ho presi quasi tutti. Alcune parti sono sottolineate, in special modo quelle che riguardano la psicanalisi. Suppongo che qualcuno ci abbia scritto una tesi sopra (tesi potrebbe intitolarsi La psicanalisi nella poetica di Woody Allen) e che poi, stufo dell'argomento, si sia al più presto liberato di tutto il materiale che aveva accumulato. Bah, grazie. Chiunque tu sia.
Ho letto l'interessante e lunga biografia scritta da John Baxter, la sceneggiatura teatrale La lampadina galleggiante (piacevole e triste) e, negli ultimi due giorni, Rivincite, raccolta di racconti scritti tra i '60 e i '70 per alcune riviste americane come il New Yorker, tradotti in italiano da Daniele Luttazzi.
Bene: Rivincite è il libro più divertente che abbia incontrato nell'ultimo periodo. I racconti durano poche pagine - adatti per esser letti durante brevi pause - e sono per lo più parodie di generi letterari, trip nonsense e ridicolizzazione degli classici atteggiamenti intellettuali. Tra tutti, mi viene da citare Le memorie di Schmeed, sentita testimonianza del barbiere di Hitler, La morte bussa, spassosa parodia de Il settimo sigillo di Bergman, Viva Vargas!, che avrebbe dato lo spunto per la realizzazione de Il dittatore dello stato libero di Bananas e Colloqui con Helmholtz, sulle origini della psicanalisi. Due autentici capolavori sono Sì, ma la macchina a vapore può farlo? e Mr. Big. Nel primo si narra, anno per anno, la biografia del Conte di Sandwich, colui che inventò il famoso panino:
"1741: Vivendo in campagna con una piccola rendita, egli lavora giorno e notte, spesso razionando i pasti per risparmiare soldi per il cibo. La sua prima opera completa - una fetta di pane, una fetta di pane sopra quella e una fetta di tacchino sopra entrambe - fallisce miseramente. Amaramente deluso, ritorna al suo studio e ricomincia da capo."
Il secondoè una fantastica parodia dello stile di Chandler. Una "pupa" si reca dal burbero detective privato perché egli deve rintracciare una persona: Dio. Tra mille riferimenti alla storia della filosofia, dialoghi troppo belli per essere verie situazioni paradossali, si ride che è una meraviglia.
Se non vi è mai capitato di sghignazzare mentre tenete in mano un libro, provate con questo. Con me ha funzionato.
Il titolo viene da una bella canzone dei Manic Street Preachers ed è comprensibilmente un pretesto per scrivere due righe in fretta e furia sulla Sacra Questione del Crocifisso nelle scuole.
Pragmaticamente parlando, un crocifisso non è nulla. Che vuoi che importanza abbia la sua presenza? Non influenza la mia vita, non ha nessun effetto concreto su ciò che faccio o penso e non modifica il mio futuro. Lo stesso si può affermare per l'acqua del battesimo, per la comunione e per la cresima. Se potessi scegliere, ora, sono certo che non perderei neanche un minuto del mio tempo al catechismo; ma così è andata, ce ne ho perso parecchio e pace, vivo lo stesso anche conoscendo l'Ave Maria e il Padre Nostro a memoria (Il Credo, no, non l'ho mai imparato: troppo lungo e a-memorizzabile). Per un mio eventuale figlio, invece, oggi sceglierei diversamente: ma son arcisicuro che l'acqua santa non renderebbe neanche lui di colpo più ganzo o più scemo.
Nelle aule che ho frequentato per più di vent'anni c'era sempre un crocifisso. Almeno credo. Eppure quella lugubre presenza (un uomo inchiodato al legno da far vedere a bambini di sei anni - e poi censurano i film horror!) non mi ha impedito di divenire l'ateo tendente al pastafarianesimo che sono oggi. La morale è che tutte le polemiche di questi giorni potrebbero risultare, a ben vedere, del tutto sterili. I crocifissi sono neutri. Perlopiù, vengono ignorati.
Però, come simbolo di potere, posso capire che il crocifisso rompa parecchio le palle. Perché se ciò significa - e ciò significa - che tra scuola (e istituzioni pubbliche, più in generale) e religione cattolica c'è tutt'ora quel legame forte sorto ai tempi del concordato, be', allora proprio non ci siamo proprio. Come non ci siamo, e qui è ancora peggio perché fa perdere anche del tempo prezioso, con l'istituzione dell'ora di religione. Non ha senso che, come avviene ancora oggi, il professore di religione sia scelto dalla Chiesa. Non ha nessun senso se non quello di tentar di avviare l'alunno verso una religione a discapito di un'altra. Credo che potrebbe aver una certa utilità insegnare una sorta di laica Storia delle Religioni, ma di certo non questo catechismo mascherato, non questo cattolicesimo ipodermico.
Vedo nel crocifisso nelle aule scolastiche (simbolo che mi ricorda molto vagamente qualcosa del fantastico Le tre stimmate di Palmer Eldritchdi Philip Dick - ma non ricordo perché) una sorta di monito neanche troppo sottaciuto: "attenti, per certi versi siete ancora legati a noi". Ciò non mi piace. E non è solo una questione di principio - perché altrimenti potremmo fregarcene.
Per tutti questi motivi, non trovo nulla di male nel far sparire ogni crocifisso dalle aule. Reset religioso, e via verso nuove avventure. Azzeramento delle credenze magiche, e ciao ciao. Se uno crede in Gesù, che si metta il crocifisso al collo. Se uno crede nell'Invisibile Unicorno Rosa che lo veneri a casa sua. Ma a scuola, per piacere, l'Unicorno Rosa deve aver pari dignità del Cristo-in-Croce. Cioé zero. Nulla. Niente.
"- Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? - Indicò una massa che applaudiva Chiatti. - Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. - Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Chateau-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri io dovrei essere una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco delle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. [...] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico." Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci.
La settimana scorsa è uscito l'ultimo libro di Niccolò Ammaniti. Si chiama Che la festa cominci e l'ho finito in tre giorni tre. Segno che, nonostante non m'abbia del tutto convinto, il lavoro si fa leggere piuttosto bene, nella tradizione dei libri dello scrittore romano.
Ciò che più mi rende perplesso riguardo a questo nuovo romanzo - mi tolgo il dente e poi vado sparato - è il fatto che, dal promettentissimo (e speciale) Ti prendo e ti porto viaAmmaniti non sembra aver voglia di cambiare registro. Se Io non ho paura era stata una piacevole deviazione verso territori convenzionalmente considerati più "alti" (stile sobrio, scrittura pulita, tematiche importanti), Come Dio comanda, pur leggibilissimo, si era adagiato di nuovo sugli stessi binari di Ti prendo e ti porto via - ma senza possederne la stessa intensità. Stilisticamente parlando la nuova opera si lancia ancora in quella direzione, la direzione del grottesco, del marcio, della pateticità dell'essere umano, filtrando tale immaginario con un linguaggio ultra-scarno, essenziale e, qualche volta, troppo povero. Eccessivamente cinematografico e didascalico.
Per intenderci, Che la festa cominci suona un po' come se lo spassosissimo racconto L'ultimo capodanno dell'umanità (da Fango) fosse diventato adulto e avesse cominciato a coltivare delle grandi ambizioni, a pretendere i propri spazi vitali. La storia segue in parallelo le vicende di un'improbabile e sgangherata setta satanica, Le Bestie di Abadon, e quelle del "giovane" e noto scrittore Fabrizio Ciba, opportunista e falso ma pubblicamente stimato e ritenuto di estrema sensibilità. I membri della setta e Ciba, per motivi diversi, vengono invitati ad una festa immensa, piena zeppa di VIP, una festa progettata dalla mente megalomane di un potente imprenditore, Sasà Chiatti, sorta di novello Cesare che ha acquistato il parco di Villa Ada dal comune di Roma per trasformarlo nel simbolo della propria esagerata ricchezza. La festa non andrà proprio secondo quelle che erano le previsioni e si trasformerà in un maelstrom pazzesco che Ammaniti sfrutterà per deridere senza pietà vizi e costumi dell'Italia moderna, alludendo chiaramente a situazioni politiche e sociali, pur senza mai dimostrare di tifare per una fazione o l'altra. Tutti, indistintamente, meritano una presa per il culo. Tutti perdono. Tutti più o meno si dimostrano viscidi, banali e ridicoli.
Il romanzo sceglie un registro che più grottesco non si può e si risolve in una grande abbuffata di vanità e ipocrisie. Pur dimostrandosi per larghi tratti molto divertente, vivace e scanzonato, non riesce a dissimulare il proprio desiderio di voler ambire ad essere qualcosa in più: feroce satira sociale, innanzitutto. E in alcuni frangenti gli riesce abbastanza bene. La scrittura di Ammaniti tiene infatti ben salda in mano la prima parte ma è forse un tantino frettolosa e confusa nella seconda metà, quella della festa, che non esce così vivida come presumibilmente si voleva. Troppa voglia di stupire con l'intreccio e con trovate estemporanee, poca attenzione alla forma, all'equilibrio tra le parti.
Questo è un libro divertente (la distruzione ideologica delle sette sataniche, per esempio è da Nobel: della pace e della letteratura) ma, come anticipato, da Ammaniti mi aspettavo un passo in avanti, verso qualche altra parte. Qualsiasi altra parte. Forse, come succede allo scrittore Ciba, anche a lui tutti chiedono con insistenza di scrivere il Grande Romanzo. E' impossibile non pensare che nel personaggio di Ciba ci sia tanta, ma tanta autoironia (e forse anche autocritica). Comincio a sospettare che Ammaniti non lo farà mai, il Grande Romanzo. Ma solo perché deve divertirsi un mondo a buttar giù cose come questo Che la festa cominci. Chissà che non abbia, in fin dei conti, ragione lui: i 44 paesi in cui i suoi libri vengono tradotti sono, ad essere sinceri, un buon punto a suo favore.
“So di non sapere” è, penso, l’unica frase del pensiero di Socrate che lo studente medio si porta dietro dagli anni del Liceo. Ci si scherza su, prima delle interrogazioni di filosofia, immaginando i possibili sviluppi.
- Masini, mi parli dell’essere per Parmenide.
- Prof, mi scusi, so di non sapere.
E giù risate, ma da sganasciarsi. O no?
Come e molto più di Socrate, io so di essere un ignorante pazzesco in un sacco di cose che sarebbe inutile star qui a enumerare. E sono anche cosciente del fatto che posso parlare con una certa competenza di alcuni argomenti, anche se può saltar fuori da un momento all’altro uno che ne sa più di me. Se ipoteticamente poniamo qualsiasi argomento dello scibile umano sullo stesso piano, con la medesima dignità, dalla biologia molecolare a come zappare un orto, dalla filosofia esistenziale a Storia delle Edizioni del Grande Fratello, ci accorgiamo che ognuno di noi è maggiormente “specializzato” in alcuni ambiti (nobili o meno, come si è detto, non è importante) e necessariamente ignorante, più o meno, in tanti altri. Non potrei mettermi a discutere di semiotica generativa con Umberto Eco, eppure mi sa che potrei insegnargli qualcosa di tecnica calcistica. Non so parlare tutte le lingue che conosce Douglas Hofstadter, ma son sicuro (spero) di conoscere l’Italiano più meglio di lui (magari non di molto, visto che lo parla in maniera davvero fantastica). Se dovessi parlare di semiosi infinita con Eco, avrei da dire molto poco e starei, più che altro, ad ascoltare. Non per eccessiva modestia, ma per semplice buon senso: lui ne sa più di me, ha studiato e approfondito il tema per anni e anni. Potrei porre delle questioni, certo, potrei dire che qualcosa non mi convince, potrei addirittura (la butto lì) sottolineare che alcuni passaggi mi paiono fallaci, ma in generale dovrei riconoscerne la competenza. Come lui, a meno che non si scopra che da giovane era pure un fulgido esempio di talento calcistico, forse dovrebbe riconoscere la mia competenza nel gesto tecnico dello “stop a seguire”. E ancora, non sarei in grado, con le conoscenze che ho e con la poca dimestichezza con la materia, di seguire troppo a fondo le implicazioni della logica formale di cui mi parlerebbe un Hofstadter, ma potrei spiegargli il significato di “vicendevolmente”.
Mi ritengo, in sostanza, una persona che non ha problemi ad ammettere la propria ignoranza. "Guarda, di questa cosa non so nulla. Se ne sai più di me, ti ascolto volentieri".
Questo post nasce da un senso di frustrazione. Come detto, ci sono cose – e tralasciamo se sono importanti o no, tanto tutto è inutile di fronte alla morte che inevitabilmente ci aspetta - che ognuno di noi conosce meglio di altri. Io credo che, semplicemente, lo si dovrebbe riconoscere. Ci sono argomenti che conosco bene e argomenti che mi appassionano e cerco di conoscere meglio. E ci sono, ripeto, un sacco di temi sui quali non so davvero nulla. Ma se sull’argomento X – che mi piace approfondire – io ne so oggettivamente più della media, è parecchio frustrante dover entrare in discussioni in cui, se dici “guarda che diversi studi dicono che X è Y”, ti si risponde con qualcosa che assomiglia a “eh, studi, studiosi: dicono tutto e il contrario di tutto”. E’ avvilente, e per certi versi, mortifica la crescita culturale dell’Umanità. Niente è certo, tutto è opinabile. Ogni opinione in merito a qualsiasi questione ha eguale dignità. Il mio parere sulla fusione a freddo vale quanto quello di Rubbia. E così via.
E invece no. E’ oggettivamente certo che calciando “di piatto” la palla viene indirizzata dal piede verso un obiettivo con la maggior precisione possibile. Com’è oggettivamente certo e misurato, lo si apprende leggendo i resoconti di diversi studi, che le differenze genetiche medie nei gruppi umani (per esempio, i bianchi) siano maggiori di quelle tra i gruppi (ad esempio, tra bianchi e neri). In una discussione che riguardi il calcio o il razzismo, l’opinione di chi ignora certe pratiche o certi studi non può porsi sullo stesso piano di chi ha maggior competenza in materia.
La frustrazione nasce, dunque, nel momento in cui ci si accorge che chi ignora l’argomento X vuole che la propria opinione al riguardo valga come quella di chi X lo conosce meglio o l’ha approfondito. Senza considerare che, su certi temi, le opinioni dovrebbero scomparire di fronte ai fatti. La forza di gravità c’è: l’opinione di chi la nega non è degna di rispetto. Se la ignori, non significa che non esista.
Durante alcune discussioni, quando so di saperne più dell’interlocutore (che magari ha più conoscenze di me riguardo ad altri ambiti) e non riesco a far sì che fatti oggettivi vengano accettati come tali, perché l’altro vuole elevare la propria incompetente opinione non dico a verità assoluta, ma quantomeno a parere rispettabile, spesso sento il bisogno dell’intervento di un deux ex machina come McLuhan in Io e Annie. In una scena esemplare che ho citato spessissimo, di fronte alla farneticazioni di un intellettualoide rompipalle che pretende di parlare di teoria dei media, un nervosissimo Woody Allen fa apparire nel film il famoso massmediologo Marshall McLuhan in persona, il quale demolisce l’intellettualoide con un paio di argomentazioni e, soprattutto, con la sua autorità in materia. Allen chiude la scena con un “Ah, se la realtà fosse così!” che mi piace tantissimo.
Immaginate:
“Blablablabla… gatto di Schrödinger blablabla”, e appare Schrödinger.
“Blablablabla... l’uomo non è andato sulla Luna blablabla”, e appare Neil Armstrong.
“Blablablabla... i campi di concentramento erano una buffonata blablabla”, e appare Primo Levi.
"Blablablabla... razze di serie A e razze di serie B blablabla", e appaiono Gould e Diamond.
Già, sarebbe fantastico. Ma la realtà è, invece, molto più deprimente.
Anche al tipo più pigro del mondo (me medesimo), ogni tanto, capita di dover perdere tempo ed energie a rimettere in ordine questo e quello. E' uno sporco lavoro, ma etc etc. Così è successo che, nel week end, ho dovuto prendere atto del casino dell'immensa Torre di CD che si era andata a formare, negli ultimi mesi, sulla mia mensola. E' qui che di solito appoggio le ultime uscite o gli ultimi album acquistati, posticipando il più possibile il momento in cui dovrò far loro spazio nel regno più o meno alfabeticamente ordinato dei Vecchi. Più rimando il momento dell'Ordine, più la Torre cresce in altezza e urta l'orgoglio di Nostro Signore. Il che è disdicevole. Bene, tra sabato e domenica ho distrutto la Torre e infilato i Nuovi tra i Vecchi, che tra CD e LP penso superino le mille unità, riprendendo in mano anche album che non sentivo da tempo e che, naturalmente, ho subito rimesso nel lettore (due esempi: Infinity di Devin Townsend, per me inspiegabilmente natalizio, e A Natural Disaster degli Anathema, che oggi trovo così deliziosamente Nick Drake oriented). E visto che non avevo un gran che da fare, mi son messo a buttar giù una lista degli dischi che più ho ascoltato da quando, circa venti anni fa, ho cominciato a comprare musica. La lista comprende cento album: non si tratta necessariamente dei migliori, ma di quelli a loro modo per me importanti, di quelli a cui son più legato. Di quelli, come ho detto, che ho sentito più spesso. Ho dovuto lasciar fuori un po' di roba, che avrebbe permesso alla lista di essere più eterogenea e cool, ma pazienza. Ecco la lista che mi son divertito a stilare: essa è approssimativa, forse monotona, sicuramente inutile. Ma abbastanza onesta.
Amorphis – Tuonela
Anathema – A Fine Day to Exit
Anathema – Alternative IV
Anathema – A Natural Disaster
Angra – Holy Land
Black Sabbath – Sabotage
Blind Guardian – Imaginations from the Other Side
Blind Guardian – Nightfall in Middle Earth
Bruce Springsteen – Born in the USA
Bruce Springsteen – The River
Bryan Adams – So Far So Good
Burial - Untrue
Carcass – Heartwork
Cathedral – The Ethereal Mirror
Cathedral – The Carnival Bizarre
Chroma Key – You Go Now
Claudio Baglioni – Oltre
Creed – Withered
Cure - Disintegration
Dark Tranquillity – The Gallery
Death – The Sound of Perseverance
Duke Ellington – Black, Brown and Beige
Devin Townsend (Ocean Machine) – Biomech
Dire Straits – Money for Nothing
Dire Straits – On Every Street
Dredg – Catch without Arms
Dredg – El Cielo
Dream Theater – Awake
Dream Theater – Images and Words
Everon – Venus
Faith No More – King for a Day, Fool for a Lifetime
Fear Factory – Demanufacture
Fennesz – Venice
Fates Warning - Disconnected
Fates Warning – A Pleasant Shade of Gray
Fates Warning – Parallels
Guns’n’Roses – Use your illusion (I & II)
Holst – The Planets
Khonnor – Handwriting
Klimt 1918 – Undressed Momento
Jeff Buckley – Grace
John Coltrane – A Love Supreme
Iron Maiden – Life After Death
Marillion – Brave
Manic Street Preachers – Generation Terrorists
Manic Street Preachers – If you tolerate this your children will be next
Megadeth – Youthanasia
Metallica – Master of Puppets
Miles Davis – Kind of Blue
Moonspell - Irreligious
Motorpsycho – Let Them Eat Cake
Motorpsycho – Timothy’s Monster
My Dying Bride – The Angel and the Dark River
Nevermore – The Politics of Ecstasy
Nevermore – Dead Heart, in a Dead World
Nevermore – Dreaming Neon Black
Nirvana – Nevermind
Nirvana – Unplugged in New York
Ozzy Osbourne – Ozzmosis
Pain of Salvation – Remedy Lane
Pain of Salvation – Scarsick
Paradise Lost – Draconian Times
Pink Floyd – The Wall
Pearl Jam – Ten
Police – Reggatta De Blanc
Queen - Innuendo
Queensryche – Operation: Mindcrime
Queensryche – Promised Land
Queensryche – Rage for Order
Queensryche - Empire
Radiohead – The Bends
Radiohead – Ok, Computer
Rage - XIII
R.E.M. – Automatic for the People
R.E.M. – Out of Time
Rush – Different Stages
Rush – Moving Pictures
Rush – Power Windows
Rush - Counterparts
Savatage – Edge of Thorns
Savatage – Dead Winter Dead
Savatage - Streets
Sentenced – Love & Death
Smashing Pumpkins – Mellon Collie and the Infinite Sadness
Smashing Pumpkins – Adore
Soul Asylum – Let Your Dim Light Shine
Spiritual Beggars – Ad Astra
Sting – The Soul Cages
Sting – Ten Summoner’s Tales
Strapping Young Lad – City
System of a Down - Mesmerize
System of a Down – Toxicity
The Gathering – Nighttime Birds
The Gathering - How to Measure a Planet?
Tiamat - Wildhoney
Tori Amos – Boys for Pele
Tori Amos – From the Choirgirl Hotel
Tori Amos – Little Earthquakes
Virgin Steele – The Marriage between Heaven & Hell (I & II)
Ho rimesso Parallels una di queste notti, mentre cercavo una colonna sonora per la biografia di Woody Allen che sto leggendo da qualche giorno (lo so, sono monomaniaco – ma, giuro, solo quando prendo delle fissazioni!). Son passati diciotti anni dalla sua uscita, più o meno quattordici dal momento in cui lo scoprii. Eppure quel disco dei Fates Warning mette in mostra, nonostante tutto, uno stato di forma invidiabile.
La Rete è piena di competenti recensionidi questo capolavoro del cosiddetto "metal progressivo", per cui non mi ci dilungherò più del dovuto. Posso aggiungere che riascoltandolo oggi, dopo tutto questo tempo, scovo una linearità che all’epoca non avevo percepito. Il disco appare semplice, a tratti pop (We only say goodbye), dalle melodie non certo inafferrabili, ma, anzi, perfette per stamparsi in testa e non andarsene più. Suppongo che chili e chili di musica ascoltata mi portino oggi a osservarlo da un altro punto di vista. E' su questa elementarità di fondo, mi accorgo a un ascolto più attento, che si staglia tutta la classe cristallina dei Fates Warning, la quale rende il dettaglio meritevole di essere ricordato, un passaggio degno di nota, un ritornello orecchiabile ma non banale o pacchiano. La personalità nella cura del particolare, appunto.
Tale classe si concretizza nell’ugola limpida di Ray Alder, complice in Don’t follow me e sognante in The road goes on forever, negli assoli speciali e negli arpeggi mai troppo lodati di Jim Matheos (Parallels è un po’ il Disco dell’Arpeggio, nella mia testa), nella pulizia esecutiva e nell’estro inarrivabile del batterista Mark Zonder, sempre piacevole e musicale. Zonder in particolare sa rendere speciale ogni brano, arricchendolo di passaggi memorabili, di ottime trovate percussive e anche di suoni non convenzionali grazie all'uso della tecnologia. Non ho mai suonato una batteria in vita mia, mai preso le bacchette in mano, ma se mai avessi iniziato sarebbe stato tutto merito (o colpa) di Mark Zonder e, naturalmente, di Neil Peart. Poco ma sicuro.
Il disco del ricordo (tema centrale della poetica fateswarninghiana), che parla di memorie che sfumano e della stasi tipica di chi ha paura di abbandonare il passato per l’incertezza futura, privo delle tipiche rughe dell’età, continua ancora a ostentare un abbagliante fulgore. Leave the past behind è geometrica e gelida, Life in still water uno strutturato lamento di cori e contro-cori, Eye to eyeun raffinatissimo squarcio melodico che avrò cantato quel milione di volte (I saw you once again last niiiiight) e The eleventh hour un lungo, onirico e tormentato trip sull’incomprensione tra le persone e tutti i casini che comporta. Point of view sciorina improvviso vigore, We only say goodbye potrebbe essere (stato?) il singolo, diretto e accattivante, mentre Don't follow me si presenta come il perfetto compagno per un viaggio notturno in auto. La chiusura di The road goes on forever riprende il sogno dilatato di The eleventh hour e lo sintetizza in una canzone più canonica, ballata ad ampio respiro in cui Ray Alder si destreggia con grande abilità e che non fa dell’ottimismo sfrenato il proprio punto di forza (year after year, with renewed ambition, we scale the walls to find there’s nothing there).
Penso si sia capito, perciò non indulgo oltre: amo questo disco. Stop. Anzi, no: eye to eyeeeee… and the miles still divideeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...